“Quant’è cocente il sole... ma che dico... il sale, che ci viene dall’amare non riamati!” - andava farfugliando Santino. L’uomo alto e contorto (nel fisico e nella mente) andava camminando svelto svelto il lungomare. E io, dietro a lui, a “remare”. “Ehi, Santino” – dissi ad un certo punto, molto affaticato – “io sono tardo di gambe, e per niente con mia vita incavolato!”
E andava il Santo lungo il mare, battigia calpestando senza suole. Lo sguardo fisso oltre il sol nel suo calare, che già morente era in procinto d’ammarare.
Oblò Oltremarino intorno al collo, ripetea a se e a me senza intervallo:
“Io son colui che il sol pensier d’ostessa mi da sballo; io son colui che se fosse vin costei, saria tarallo".
“Io so che oltre ogni ‘guardare’, oltre ogni ‘udire’, vi è quel prato verde, primigenio e celestiale”... Santino disse. Camminavamo, scalzati i piedi, la battigia umida di mare. A tracolla ognuno il proprio Oblò Oltremarino, io pensavo: “Ah, ostessa, che ti perdi di quest’uom la parte più immortale!”
Di poi scantona d’improvviso e bagna in acqua un piede. Poscia ripose il piede “battezzato” sopra un rudere di barca in secca e disse, com’io fossi angelo e lui il dannato: “Maestro, tu sia lodato!"....
Correva il Santo (Santino) con pena in core giù pel dirupo (ahi ostessa, c'hai reso quest'omin schivo e gretto come il lupo!), allorchè, giunto al pianoro, incontrò dolce fanciulla che, solo il vederla, dette lui ristoro.
Diss'ella al Santo, poichè vedeolo distrutto: "Uomo, il tuo dolor è così grande e acceso che pur'io, che pria era lieta, adesso mal ne sopporto il peso!".
Al che Santino, che vive in ombra di colei che ama, proruppe in pianto e, grato, cascò in ginocchio innanzi a lei, di schianto...
La bella strada che da Portosangiorgio sale a Maggione, è il tragitto che quotidianamente percorre Santino con la testa affastellata nei suoi pensieri. Sette chilometri di bell'andare, se non si hanno mente e cuore pugnalati dallo stiletto dell'amore. Io lo accompagno spesso. A me muover le gambe farà bene poi, a lui adesso.
E sempre parliamo dell'ostessa, chè lui morrebbe se un sol pensiero, una visione, una parola od un'idea non riguardassero lei, la Sua dea.
Lo sguardo che emigra dagli occhi a fessura del viso triangolare dell'ostessa, strazia l'ex straccivendolo. Io son protetto. Ho con me Oblò Oltremarino.
Ma il mio cuore sanguina se penso che moderna Circe strazia quello di Santino!
L'ostessa svicola tra i tavoli, in taverna; e guardiamo occhi che seguon sue movenze da felino; e guardiamo mani ebbre che protendono ubbidienti a idee lascive. "Ahimè, alta è l'ostessa" - pensa Santino - "e di bel corpo fatta"!
Guardavamo il mare, il mare nostrum, quello vero, di Canevada, io e Santino. E nelle nostre menti, corrosive come solventi (ognuno il suo problema, la sua angoscia, e la sua pena) giostravan caballeri coi quadri,coi fazzoletti al vento,il sorriso per la dama.... Quando sento improvviso un tòcco: guardo il mio amico, e vedo com'egli, in cuor suo, stesse combattendo arduo cimento...
Ahi! Ostessa di taverne! pagherai per mano mia il fio, ch'io non son accecato o inerme...
Si racconta in quel di Porto Sangiorgio che un bel dì, di prima mane, sia l'Ostessa che Santino si recaron quatti quatti a godere il ponentino sullo scoglio che sul mare viene chiamato "al pescatore". Chiesto lumi alla taverna, sia all'amico che a colei ch'è di Triade coeterna, ei risposer in tempo uguale.
"Macchè dici? Non è ver, noi siamo amici". Poi Santino venne titubante meco, lei distante. "Caro amico, tutto è vero. Sono matto o sono savio? Sii sincero".
"...E passo passo si arrivò fin sul limitar dell'arenile asciutto, chè placide e lunghe ondate aumentavano via via lor flutto.Era il crepuscolo e la lunae il mare incominciavano senza più velami a far l'amore."
E così Santino, poetico oltr ogni dire: e l'ostessa dice di lui in taverna:" Santino? è un po tòcco, poverino!" Chiedo a lui. " Santino, altra musa non hai che non sia l'ostessa?"
ll guardo torvo ch'ei mi lanciò ben mi rispose... chè fui costretto, senza indugio alcuno, ad abbassar lo sguardo.........
Come un bimbetto perso per mondi fantastici, Santino percorreva, precedendomi, quel tratto di molo in cui vengono esposte le cassette del pesce appena pescato . I pescherecci attraccati a bitta libera rollavano per via di certe onde considerate anomale dagli stessi pescatori. Onde alte e lunghe oliate senza un'increspatura.
"Non posso,non posso....". Lo lasciai indispettito che scuoteva il corpo continuando a ripetere. "Non so che dire, non so che dire... mi fai domande su domande e non so che dire".
Poi, come risucchiato nel vortice dei suoi pensieri inconcludenti e senza fine, ricominciò con calma, senza fretta, a bere.
E l'ostessa era là, dietro il bancone: e dardeggiava sguardi, a tratti, nella nostra direzione, io la chiamai. "Sei tu", le dissi indicandole con lieve cenno della testa l'uomo che fissava con sofferta immobilità il suo bicchiere , "della sua malattia la cagione!"
Ho appena finito di leggere "Infranse radiosa aerei sogni" di Serpieri. Di lui mi era piaciuto anche "Freudiana chiusa eudace". Mi sembra fantastica questa cosa che dice Serpieri, sapere che non esiste la donna perfetta, eppur continuare a cercarla, come se infine ne esistesse una che raccoglie in sè tutte le virtù, oppure tutti i difetti (è la stessa cosa), ch'io vo cercando appunto in una donna.
Esistono donne spiritose ma purtroppo di esse ce ne sono pochissime e quelle poche gli uomini le temono, abituati come sono ad essere presi sempre sul serio.
Ne parlavano i poeti classici del duecento: oltre Dante, anche Cavalcanti, Lentini, Brunetto Latini, Cino da Pistoia. Nel trecento abbiamo Petrarca, Parini, Alfieri che descrivono benissimo questo sublime paradosso.
Vi sono uomini che ripetono ossessivamente lo stesso pensiero per giorni, sinchè non sovviene loro che ne hanno perduto completamente il significato. Allora passano ad altre parole. Non è così per il duale, che cerca la frequenza che gli permetta di sintonizzare la mente e il corpo con il mondo parallelo.
Tale intuizione venica già ben descritta dal Sommo Poeta "E dette man con palmo in fronte, per significare quant'ei vivea distratto" (Purgatorio) e da Sheakespeare, ma anche da fisici parallelmondisti come Harold Delos Babcock: "Ogni tanto bisognerebbe farli revisionare questi strumenti Geiger che registrano gli aumenti improvvisi di pulsioni... "
Il sentiero che conduce alla Taverna dell'Ostessa, diviene ogni giorno meno arduo percorrerlo. Pare che dopo ogni scarpinata, divenga meno impervio.
Le nostre gambe hanno acquistato vigoria, ed il fiatone ormai arriva, se arriva, alla vista della rincuorante costruzione in legno e pietra dal tetto spioventissimo.
"Tanto ho da dire, tanto ho da fare, che il mare e' ormai lontano...." - pensa Santino. Siamo in Taverna, e qui comanda l'Ostessa.
Osservo Santino mio carissimo amico, ex stracivendolo che culturalmente potrebbe competere con Geppino.
Non e' facile per lui vivere a PortoSanGiorgio. Questo e' come fosse un paesone, dove tutti sanno tutto di tutti; la fabbrica dell'ArGisa', quella che produce le famosissime Finestre Sangiorgesi, non va piu tanto bene, e Santino si vuole dare la morte (l'Ostessa lo ha portato a questa estrema scelta)........
Io credo che nienta possa sostituire il "guardaregio" che abbellisce i capitelli che sorreggono le arcate in stile "mishuri" del salone ovale che occupa tutto un piano dell'Osservatorio Astro-uto-nomico di Gallarate (con questo non voglio dire che c'entri qualcosa il mio amore per l'arte giapponese: ci mancherebbe altro....che non fosse così!)


"Ti dico un nome e tu ci ricami sopra", mi fa ieri mattina Lupini. 
Che dire di certuni autodefinitisi dottori della psiche che presumibilmente hanno scelto tanto mestiere solo per "sopperire a grosse lacune proprie" (Amundsen)?
Il “Rain man” di Dustin Hofmann non è casuale. 

